Il custode di un’altra velocità

Il Velodromo Vigorelli odora d’autunno, invade le narici con profumi di sottobosco, di funghi, di legno umido che si sbriciola sotto il tintinnio della pioggia. È una pessima giornata di novembre, di quelle che mi facevano odiare Milano quando ci abitavo: cielo uniforme bianco ghiaccio, freddo che s’infila sotto la felpa fin su per la schiena e il balletto impazzito dei fari gialli e rossi, riflessi e moltiplicati dai mille specchi delle pozzanghere.

Calpesto le assi di pino malconce della pista parabolica, mi siedo sulle tribune silenziose, giro per i corridoi vuoti, fotografo la targa che commemora il leggendario concerto dei Beatles, avvenuto proprio qui nel 1965, immaginando che ora, al massimo, mi potrà capitare d’imbattermi in qualche scarafaggio vero che gironzola nella penombra degli angoli ammuffiti. Scendo sotto la pista, al riparo dalla pioggia. Il custode ci concede una rapida occhiata all’impianto che sorregge le curve paraboliche. Vista da qui, la struttura del velodromo fa pensare a uno scheletro immenso e misterioso, con costole, tibie, rotule e femori in legno che si affaticano a reggere un corpo macilento, stanco e ammalato, che già una volta tossendo per scrollarsi via un po’ di neve, finì con una tettoia fratturata. Negli anni Settanta il Vigorelli era noto nel mondo quanto il Teatro La Scala, ed era considerato uno dei simboli dell’Italia. Oggi è paradossale e un po’ malinconico notare quanto assomigli a una di quelle auto sportive d’epoca, così affascinante e ricca di memoria e suggestioni, ma così arrugginita e polverosa da scoraggiare chiunque ad utilizzarla.

Renzo Zanazzi, un campione che intorno agli anni Quaranta vinse tre tappe del Giro d’Italia e che considerava questo luogo come la sua seconda casa, ci mostra con mani tremanti una vecchia pagina di giornale dedicata al suo record di 95 chilometri orari raggiunto proprio su questa pista dove ora chiacchiera con Andrea. Cerco di visualizzare gli episodi dei suoi racconti: popolo le tribune con la mente, immagino biciclette che sfrecciano, ciclisti che stringono i denti e s’infilano a velocità folli tra le ruote degli avversari. Ascolto storie di vittorie epiche e di sconfitte drammatiche che s’intrecciano con gli anni della guerra e con le vicende di campioni celeberrimi come Coppi e Bartali. Ma a un certo punto qualcosa s’insinua tra le parole di Zanazzi e la mia immaginazione, rompendo l’incanto: è di nuovo l’odore d’autunno, che insiste e mi strappa via dal mio sogno a occhi aperti. Qui al Vigorelli l’autunno, con le sue seduzioni decadenti e il suo passo incerto, con i suoi soli malconci che si arrendono lenti alle notti sempre più gelide e nere, è una condizione permanente e strutturale. L’intero velodromo, oggi, sembra un monumento all’autunno di uno sport – il ciclismo su pista – che fatica ogni giorno di più a richiamare appassionati e a ritrovare praticanti.

Là fuori la città raglia, sfreccia, stride e sfrigola sotto la pioggia, riportandomi a un’idea di velocità molto diversa da quella custodita in queste mura. Oggi velocità è insofferenza, fretta, istantaneità; non ha più nulla di epico, è diventata una condizione indispensabile e quotidiana. Tutti dobbiamo essere veloci: veloci nel traffico, veloci in pausa pranzo, veloci nel fare carriera, nel digitare tasti, nello svegliarsi la mattina, nel pretendere, nell’ottenere, nel consumare. Mi chiedo se non sia tutto qui, il problema. Se l’autunno di questo tempio e di questa disciplina sportiva, non sia iniziato nell’attimo stesso in cui la parola velocità ha cambiato di significato, dimenticandosi degli anni in cui voleva dire fatica, sudore e talento. Era una velocità che bisognava sapersi guadagnare, che richiedeva costanza e impegno, e che anche per questo era misteriosa, affascinante e piena di meraviglia.

Renzo Zanazzi ci saluta ed esce dal Velodromo, infilandosi nella pioggia di Milano. Avrebbe senso, mi chiedo, provare a invertire il senso di marcia e sforzarsi di pedalare al contrario, se non altro per riconsiderare la strada percorsa, per provare a capire se c’erano altre direzioni possibili in quell’incrocio o in quell’altro? In fondo non è di questo che parliamo ogni giorno, quando tiriamo fuori argomenti come decrescita, downshifting, inversione di tendenza? Do un’ultima occhiata al velodromo, da fuori. Sarebbe splendido che alla fine di questo lungo autunno, almeno per lui, fosse possibile tornare indietro a quell’estate dorata e piena di vita in cui suonavano i Beatles, si sfidavano campioni di ciclismo e le tribune erano sempre piene.

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2 Risposte a “Il custode di un’altra velocità”

  1. Ricco di sensazioni ben descritte, che rievocano immagini storiche a tutti quanti care, aggiungo che anche in questo racconto traspare un’analisi dell’animo umano e questa volta anche della società
    grazie

  2. Grazie a te Elena, sono contento che tu l’abbia trovato interessante.
    A presto.