Il diavolo custode e altre storie sulla Calabria.

Per tradizione, in Calabria la montagna è un luogo spaventoso e terribile. Nel monte Pollino il diavolo si nascondeva dietro i ponti, le cascate, i crepacci, e la sua ombra maligna è ancora indelebile nel nome di molti luoghi della zona. Eppure, in una regione dove Santi, Madonne e rosari sono disseminati a ogni angolo, sembra sia stato proprio il diavolo a custodire questo paradiso terrestre dai peccati dell’uomo. Ma se il timore per l’asperità del paesaggio ha preservato incontaminato il Parco Nazionale del Pollino, ha forse anche ostacolato gli abitanti del luogo al piacere del rapporto con i propri monti: “In montagna ha senso andare solo per tornare con qualcosa” recita un vecchio detto calabrese.

Oggi le nuove generazioni stanno cercando di recuperare il rapporto con questo parco, anche attraverso nuovi sport che vivono in simbiosi con la natura. La mia impressione è che il Pollino, così pieno di potenzialità e di contraddizioni, sia un po’ il simbolo di un’intera regione dove tradizioni antichissime e modernità tentano ogni giorno d’inventarsi un equilibrio per poter convivere.

In Calabria si parlano da secoli l’Arbëreshë – un antico dialetto albanese – l’occitano e il greco, ma da qualche anno si parla anche di rafting, orienteering e trekking. Ci sono strade piene di buche che a volte sembrano perdersi chissà dove, ma c’è un sentiero – il Sentiero Italia – che collega perfettamente il Parco Nazionale del Pollino a tutto il resto dell’Appennino. C’è Morano, un borgo medioevale che toglie il fiato, a due curve da Saracena, dove il castello è stato raso al suolo per fare posto a un parcheggio, e dove hanno costruito quarantamila case per quattromila abitanti. Ci sono palazzetti dello sport incatenati e abbandonati a se stessi,  e bambini che giocano a calcio tra due garage, re-inventandiosi le regole a ogni gol. Ci sono vecchi che siedono sui gradini del paese accarezzando i gatti e sorridendo per ogni fotografia, e ragazzi con il colletto alzato e il cavallo basso. C’è la durezza dei monti, e c’è la naturale ospitalità degli abitanti. Ci sono le Fiat Centoventisei che – non si sa come – si arrampicano ancora su per le salite, e case con i pannelli fotovoltaici sul tetto. C’è il “chilometro più bello d’Italia” – una strada di Reggio che si affaccia sulle coste della Sicilia -, e c’è chi dice che tra le due regioni, la vera isola sia proprio la Calabria. Così enigmatica, così chiusa, così solitaria e indecifrabile.

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