Giocare per perdere

«Per quanto mi riguarda non ho mai giocato e mai giocherò per perdere, anche se mi costasse un Mondiale o un’Olimpiade»

Julio Velasco

La domanda sorge spontanea: chi nello sport gioca per perdere? Nessuno, la risposta più sensata, ma la storia ci insegna che quando entra in gioco un interesse non tutti sono disposti a rispettare la prima regola dello sport agonistico: vincere.

Brasile – Bulgaria (clicca qui per info), match del Mondiale 2010 di Pallavolo, ha riaperto il dibattito sull’etica dello sport. L’obiettivo di entrambe le squadre era di evitare Cuba nella fase successiva, necessità che ha prodotto uno spettacolo penoso per il pubblico e per gli addetti ai lavori. I brasiliani campioni del mondo in carica, vincitori anche di questa edizione, avevano probabilmente il dovere morale di impegnarsi a fondo per dimostrare di essere realmente i più forti. I sostenitori del pensiero machiavellico non hanno storto la bocca, ma era lecito aspettarsi qualcosa in più da un popolo che è stato sempre sportivamente generoso. Come dimenticare la tragédia do Sarriá (clicca qui per info) quando la squadra di calcio più forte degli ultimi cinquant’anni incappò in una sconfitta che la estromise dal mondiale spagnolo. Il 5 luglio 1982 ai verdeoro bastava un pareggio, ma la voglia di giocare e divertirsi li espose al fatal contropiede di Paolo Rossi, aprendoci di fatto le porte alla vittoria del nostro terzo mondiale.

Sempre in quell’edizione vi fu un altro episodio poco chiaro: Germania Ovest – Austria, partita passata alla storia come Patto di non belligeranza di Gijòn (clicca qui per info). Le due compagini giocarono col pallottoliere in mano per estromettere l’Algeria dal Mondiale. Le polemiche scaturite portarono al cambiamento della formula con l’introduzione della contemporaneità per le ultime partite dei gironi.

La formula può essere un buon deterrente, ma spesso è subordinata alle scelte degli organizzatori che tendono a massimizzare gli appuntamenti televisivi (chiudendo le porte all’opzione contemporaneità) e a facilitare il percorso delle squadre di casa, aspetto che inveitabilmente porta altri team ad avere partite più ostiche in calendario.

Il calcio, prevedendo il pareggio tra i possibili risultati, propone anche l’opzione “giochiamo a non farci male” con conseguenze altrettanto devastanti sullo spettacolo. L’inarrestabile discesa delle quote del segno X, avvicinandosi alla fine dei campionati, è solo un altro sintomo di questa malattia. L’unico principio che sembra sottendere al fenomeno è: “Il fine giustifica i mezzi”, ma solo quando sono i nostri fini. Gli ultimi minuti di Italia – Messico nel 2002 furono l’elogio alla melina, con grandi alzate di spalle contro i “moralisti” che gridavano allo scandalo. Meno pragmatico fu il popolo italico quando quattro anni più tardi Danimarca e Svezia confezionarono il “biscotto” che ci mandò a casa, chiudendo l’esperienza di Trapattoni sulla panchina azzurra (clicca qui per info).

Dello stesso male è affetta la Formula 1 con i tanti vituperati giochi di squadra: la Ferrari ha preso una multa di centomila dollari per il sorpasso “suggerito” di Alonso a Massa in Germania (clicca qui per info). Di contro la Red Bull ha fatto della sportività a tutti i costi il suo credo, lasciando battagliare Webber e Vettel senza dare ordini di scuderia. Perdere un mondiale così sarebbe stato in effetti un’onta, ma c’ha pensato curiosamente la Ferrari stessa a rimettere le cose a posto con una strategia scellerata. Per la serie: chi di calcolo ferisce, di calcolo perisce.

Di diversa natura è invece il caso del ciclismo. Aprica, Giro 2010. Ivan Basso prende la maglia rosa e lascia la vittoria a Michele Scarponi (clicca qui per info). In tanti hanno bollato la scelta come sconfitta dell’agonismo, ma io credo di poter affermare che non sia assolutamente così. La storia del ciclismo è piena di episodi simili per cui è naturale per un appassionato dire che la logica “a me la tappa, a te la maglia” non è antisportività, ma comunanza di intenti. O meglio ancora, si tratta di cavalleria tra due atleti che hanno faticato allo stesso modo. E questo non ha niente a che fare con l’interesse.

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